Pari Opportunità – Elevare un non-problema al rango di problema per poi dire di averlo risolto

L’esperienza di questo corso è stata fra le peggiori negli anni del mio servizio all’Inps.

Ho trovato anche questa formazione (come tutte le precedenti) eccessiva e ridondante. Una mole di dati pari a quella che serve a preparare un esame universitario che dà due sole possibilità: 1) distogliere dal lavoro ben più delle ore nominalmente necessarie per arrivare a padroneggiarne tutti i contenuti, tanto da poter superare il difficile quiz finale 2) risolvere l’obbligo di formazione con artifici infantili (vi informo, sperando di farvi riflettere, che quasi tutti i colleghi hanno scelto questa seconda opzione, anche se ovviamente non lo ammetteranno pubblicamente)

Nello specifico di questo corso ho trovato mischiati argomenti gravi, serissimi e oggettivi – come la violenza fisica e sessuale sulle donne o l’esigenza di più asili e sostegni alla maternità – ad altri futili, in cui è ancora tutto da dimostrare cosa sia “bene”, cosa sia “male” e cosa sia talmente poco importante da non valere l’esigenza di così specifici approfondimenti.

E’ stato sgradevole veder corretto con penna rossa il modo di dire “cari bambini”, “cari colleghi”, “cari amici”; il modo di chiamare con il massimo affetto, come si fa qui al nord “La” Laura, “La” Paola eccetera (a Milano si dice anche “IL” Mario, “IL” Riccardo, ecc., nemmeno quello va bene?); il mio modo di dire “il direttore”, “l’arbitro”, “il tecnico” (anche se si tratta di una donna, ma proprio per sottolinearne la funzione asessuata, e non il genere); il mio modo di salutare una collega o un’amica con un festoso “ciao bella” (pronto a smettere immediatamente nel momento in cui la cosa mi venisse segnalata non gradita).

Chi ha deciso che questi modi di fare – mai oggetto di significative problematiche  e usati paritariamente da uomini e donne – non siano più corretti? Chi ha deciso che possa esserci una relazione fra questi linguaggi e la violenza sulle donne?  Chi detiene l’autorità morale per suggerire (o addirittura imporre), nuovi lessici, nuove etiche, e addirittura una nuova ortografia, con l’orpello ridicolo e infantile dell’asterisco per asessuare i termini? Chi è stat*???

Attenzione: perché censurando questi comportamenti si censura la nostra storia. I nostri genitori, nonne e nonni parlavano e si comportavano così e trovo offensivo che qualcuno possa accusarli di non aver avuto il dovuto rispetto per le donne.

Mia madre che si rivolgeva a me e a mia sorella dicendo “i miei bambini” sbagliava?

Non vi dovete permettere. Nessuno si deve permettere. Non ve ne riconosco l’autorità morale.

E fate ulteriore attenzione: derubricando consuetudini affettuose che non hanno mai causato fastidio ad alcuno/a si entra in un tunnel di follia incontrollabile. La signora settantenne che si rivolge allo sportello dicendo “bel giovane” dovrà essere segnalata per trash talking? E cosa faremo con una persona di colore che chiamasse “negro” un’altra persona di colore? O fra donne che si apostrofano affettuosamente fra di loro con parole a sfondo sessuale, come capita spesso?

Dovrà esserci una tabella per valutare aggettivi, complimenti, abbracci, contatti? Ma voi volete veramente vivere in un mondo così?

A me, purtroppo, è capitato di rado, ma ci sono miei amici, atleti o artisti, che sono stati spesso fermati o apostrofati pesantemente o anche toccati, da ragazze/donne/signore  che volevano dimostrare la loro “ammirazione”. Che facciamo? Le denunciamo tutte? Processo? Galera? Censure morali?

I suddetti ragazzi hanno avuto gli strumenti culturali, di esperienza e di personalità per gestire queste situazioni con un sorriso e con la soddisfazione che ho sempre invidiato loro, pacificando le situazioni a vantaggio di tutti.

Anche moltissime ragazze, donne e signore dispongono già di tali strumenti e sanno essere perfettamente all’altezza di queste situazioni. Anzi, moltissime di loro le apprezzano, le cercano e le provocano per trarne la soddisfazione e l’autocompiacimento del quale si nutrono. E le capisco, perché al loro posto farei così anch’io e perché queste situazioni fanno parte del bello della vita, permettono avvicinamenti, conoscenze, contatti dei quali questo mondo ha drammaticamente bisogno, altro che distanze, distacchi, muri e barriere. Come può partire un’ “educazione all’amore” (cit) togliendo per decreto ogni confidenza dai linguaggi e dai comportamenti?

Probabilmente ad un complimento un po’ “fuori asse”, ad un avvicinamento audace, di quelli che vorreste proibire, si deve la nascita di felici matrimoni, probabilmente anche delle coppie che hanno poi partorito gli estensori di questa disgustosa “formazione”.

Ecco, se si vuol fare qualcosa, si potrebbero educare le ragazze e le donne più fragili ad acquisire gli strumenti necessari per gestire queste situazioni con la dovuta personalità e senza patire turbamenti. Lavorare insieme (“in alleanza” cit.) per arrivare al valore di “trauma zero” che esisterebbe per me, che esiste per i maschi che citavo sopra e che esiste per le donne che affrontano con serenità questo tipo di “avvicinamenti”. Perché arrabbiarsi non vale la pena e si sprecano un sacco di preziose energie emotive.

Argomento violenza. Quella fisica è facilmente individuabile e non servono affatto corpi speciali di polizia o nuove leggi o altri organismi aziendali per gestirle. Chi la commette deve essere denunciato, processato e condannato. Facile, ovvio, scontato, immutato e condivisibile da sempre, tanto da rendere completamente inutile e infantile il doverlo ripetere.

Quella verbale e morale è invece un magma soggettivo ed è difficilissimo affidare alla legge la sua gestione.

La mia idea è che la persona che si sente danneggiata da gesti o linguaggi debba DIRLO in modo chiaro e inequivocabile all’autore del comportamento disapprovato e alla comunità di riferimento (la classe scolastica, l’ufficio, la squadra sportiva, il gruppo di amici, ecc). La reiterazione del linguaggio o del gesto può cominciare a essere considerata di effetto disciplinare o legale. Ma che sia conclamata e dimostrabile, altrimenti si lascia nelle mani delle donne una “pistola carica” con cui sarebbe facile e ingiusto poter impallinare, colpire, rovinare un uomo con cui si è magari in disputa per tutt’altri motivi.

Della violenza domestica fisica fra persone legate da un legame sentimentale non voglio nemmeno parlare. Si definisce da sola. Denuncia, processo, condanna esemplare. Stop

Quella non fisica (gelosia eccessiva, privazioni, linguaggi inappropriati, sessualità non condivisa ecc) può essere oggetto di una battaglia culturale, che peraltro era già spontaneamente e felicemente in pieno svolgimento (si confrontino le dinamiche del rapporto uomo-donna nei decenni scorsi) prima che arrivassero quelli come voi ad inquinarla con menate che le hanno fatto fare passi indietro invece che avanti.

Se una donna, comprensibilmente, soffre e non ha tempo di aspettare l’esito di battaglie culturali in corso a livello nazionale e internazionale ha la sola opzione di chiudere la relazione e allontanarsi dalla persona che ritiene tossica. La legge, la società, gli ambienti umani, dovranno aiutarla e sostenerla in questa scelta, solitamente difficile, costosa e traumatica

A volte i comportamenti contestati agli uomini sono quelli identitari che sono stati alla base della nascita del rapporto e che dopo un po’ di tempo, per motivi vari e giustificabili, non sono piaciuti più. Lo dimostra,  il fatto che gli uomini facili a tali comportamenti sono sempre pieni di fidanzate e ammiratrici, come testimonia anche la cronaca nera.

Non si dimentichi che se è vero che la violenza fisica è opera quasi esclusivamente di uomini verso donne, è altrettanto vero che le violenze verbali e morali sono assolutamente nelle due direzioni. Non sono di certo solo le donne a soffrirne. Gli uomini, però, per tradizione, gestiscono senza bisogno di strutture, il body shaming, il trash talking, le accuse a sfondo sessuale, che subiscono dalle loro compagne (o dalle madri).

Infine il problema delle “pari opportunità” sul lavoro. Problema che, in Italia, non esiste più da almeno 30 anni. Tutte le volte che ho sfidato qualcuno a dire dove esiste, in Italia, un problema di pari opportunità fra i generi (all’Inps, poi… ) non ho mai avuto risposta. Il problema è risolto, grazie al vero impegno e al vero coraggio delle donne (e degli uomini) delle generazioni precedenti.

La statistica della più scarsa presenza di donne a livello dirigenziale è fuorviante: gli organismi di controllo che avete creato dovranno intervenire laddove si verifichino discriminazioni di carriera premianti per un sesso a scapito dell’altro (situazioni, vi avviso, sono totalmente inesistenti all’Inps e presumo in ogni ambiente lavorativo italiano). Accertato che la competizione è regolare i posti sono contendibili dai più bravi, i più intraprendenti, i più preparati, i più motivati. Uomini o donne che siano. Questa è la vera parità!

I dati sul reddito medio sono, a loro volta, una fotografia incompleta della realtà, in quanto molte donne (molte più degli uomini) esprimono una libera scelta di occuparsi della casa o della famiglia. Scelta che avete l’obbligo di denunciare quando è frutto di coercizione o repressione, ma di rispettare quando è libera e felice (si chieda un parere alle mogli dei calciatori).

Altrimenti dovremmo inseguire la parità anche fra gli operai che stendono il catrame sulla strada in agosto o fra chi sposta armadi durante i traslochi. Nel paradigmatico esempio di Biancaneve e i Sette Nani questi ultimi figurano con un reddito, mentre Biancaneve ne è priva. Per averlo avrebbe dovuto accompagnarli in miniera. E’ questo l’obiettivo della vostra “lotta”? E’ questo che determinerebbe una società più felice?

Le lotte nobili, vere, coraggiose, lungimiranti, sono state portate avanti fino al trionfo completo dalle generazioni passate. Uomini e donne, lavoratori e lavoratrici, imprenditori, politici lungimiranti, che hanno combattuto, sofferto, scioperato, pagato, ma alla fine hanno vinto.

Ora ci sono solo chiacchieroni che si aggirano su problemi inesistenti per concedersi reciprocamente vuote certificazioni di autoreferenziale civiltà e qualificarsi come coloro che, quei problemi inesistenti, li stanno risolvendo

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Mi sono dilungato molto, ma non me ne scuso. Non arriverò mai ad essere noioso e molesto come lo sono stati i curatori di questa orribile e fuorviante “formazione”.

 

 

Marco Ortolani (femminista, figlio di vera femminista, mia madre, e di vero femminista, mio padre)

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