Scoagularsi a Napoli

Ricontrollo il biglietto. Ci siamo. Ancora. Ha un senso? Ne vale la pena? So da sempre che la risposta è “sì”, ma mi piace limare ancora le parole giuste per farlo capire le volte, non poche, che qualcuno me lo chiede.
Sulla soglia del maestoso (oggi direi “maestroso”) teatro San Carlo di Napoli incrocio l’amico Peppe Hasson che sembra leggermi nel pensiero: “Non siamo né spettatori, né pubblico, né fans… Siamo testimoni”. E se ne va, inghiottito da stucchi, marmi, lampadari e quant’altro rende gemma fra le gemme questo nobile luogo d’arte e di eleganza. Sapete che è raro lasciarmi senza parole. Ma stavolta succede. “Testimoni…” mi ripeto raggiungendo il mio palco.
“Viaggiare è anche vedere le stesse cose con occhi diversi”. E quello a cui sto per assistere è un ennesimo volo musicale ed emozionale.
Nell’autunno della sua splendente carriera Claudio ha portato il suo canto in quasi 300 teatri, aprendo lo scrigno magico del suo repertorio e delle sue esecuzioni con la stessa forza tanto nei teatri delle capitali, che hanno ospitato re e presidenti, quanto in quelli di provincia, nella loro umiltà comunque parti di un patrimonio culturale e architettonico senza pari al mondo.
Napoli come Avellino, Roma come Brindisi, Milano come Ravenna. “Per andare – spiega Claudio in uno dei suoi parlati di collegamento – a ringraziare più da vicino chi ha reso fortunata la mia carriera”. Una piccola freccia a chi conosce unicamente la dimensione XXL della star che riempie gli stadi.
Nella consueta cascata di musica e parole riesco a cogliere particolari nuovi, come l’uso di quella diavoleria digitale con la quale suona l’immortale “Mille Giorni” come fosse una canzone nuova, pur lasciandola familiare mantenendo uguale il canto.
Claudio parla prima di ciascuna canzone. Fa battute (da copione, ma ancora buone), sfodera manuali di educazione sentimentale, di bellezza, di libertà, di coraggio. Qualcuno ha scritto di essersi annoiato, di aver percepito cadute di ritmo. Io a volte avrei voluto alzarmi in piedi, come quando c’è un gol allo stadio, sentendo concetti a cui sono così legato e devoto espressi con quella prosa sontuosa da questo personaggio così credibile. Questa è la “politica” per come la intendo io. Magistrale il passaggio in cui invita a non schierarsi, a non nascondersi dietro le bandiere di altri, a produrre sempre idee proprie, un pensiero tuo e tuo soltanto, un dubbio sempre acceso e ricercatore.
Claudio scoagula nuovamente il suo sangue, a poche centinaia di metri da dove questo rito misterioso pare si compia ancora. Lo dico da ateo e laico. Nel suo mostruoso concedersi fisico alla sua arte, al suo pubblico, alla sua missione musicale e letteraria oltre ogni soglia conosciuta dai suoi colleghi (ogni volta, anche sei alla settimana, per più di 3 ore, senza bere, producendo da solo ogni suono, ad un’età in cui di solito si va a letto dopo carosello con una minestrina) c’è maledizione e benedizione, disperazione ed esaltazione, sottomissione e ribellione, passione, crocefissione e resurrezione.
E ne siamo testimoni. Se non altro testimoni di come serate come queste ci lascino senza età, ragazzi e ragazze per sempre.
Faccio il mio umile e grato “ciao” con la manina, alla macchinona nera che lo porta via dal San Carlo verso una nuova avventura. Guardo i sorrisi delle ragazze che hanno condiviso con me questo volo e mi rispondo ancora una volta che sì, ne è valsa la pena.

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