Aldo Moro: una storia italiana, la storia dell’Italia

Da anni, avidamente, leggo e guardo sul web i contenuti relativi al rapimento e uccisione di Aldo Moro, avvenuti nella primavera del 1978. Posso dire di conoscere le varie versioni esistenti su ciascuno dei tantissimi fatti che accaddero in quei 55 giorni e di essermi fatto una mia idea di come potrebbero essere andate realmente le cose, pur non potendo avere, ovviamente, certezze che nemmeno hanno coloro che si occupano ai massimi livelli di questa vicenda.

La vicenda Moro mi ha insegnato a ragionare e ad analizzare meglio ciò che succede attorno a me, anche nei piccoli fatti senza importanza.

Prima lezione: bisogna evitare di creare squadre, etichette, confini definiti e inviolabili.

Nel caso Moro ci sono “i brigatisti” (ma chi? Moretti, Morucci o Curcio?) “i democristiani” (Cossiga o Zaccagnini? Andreotti o Bodrato? Piccoli o Anselmi?) “i comunisti” (la base rivoluzionaria e idealista o la dirigenza realista?), “il Vaticano” (Paolo VI o Marcinkus?), “i socialisti” (Pertini o Craxi?), “gli americani” (Carter o Kissinger?), “gli israeliani” (gli alleati fedeli dell’occidente o le fazioni ostili alla politica italiana di apertura al mondo arabo?), “i carabinieri” (gli agenti impegnati in una strenua e pericolosa lotta al crimine o i vertici imparentati e di copertura ai criminali?), “i servizi segreti” (quali? Chi?), la P2 (Gelli o Maurizio Costanzo? Berlusconi o Pecorelli?), “la famiglia Moro” (chi? La moglie Eleonora? La figlia Maria Fida? Il figlio Giovanni?), eccetera.

Ma non solo: il rapido evolversi della vicenda portava ciascuno di questi soggetti a modificare in modo anche drastico i propri comportamenti e l’indirizzo delle proprie azioni, sfuggendo ulteriormente alla possibilità di una etichetta univoca. Vale per il caso Moro come per ogni altro episodio, anche minimale, della vicenda umana di ciascuno di noi. Nessuno è “una cosa sola”.

Non bisogna cedere alla tentazione di creare il partito dei buoni e quello dei cattivi. Ad eccezione di qualche mente votata dichiaratamente al crimine e al vantaggio personale, tutti i protagonisti della vicenda, anche i più subdoli e perfidi, hanno un proprio concetto di “bene comune” e agiscono, a volte in modo scorretto o criminale, per perseguirlo lealmente, sentendosi parte di una “guerra giusta” da combattere per il bene di chi la vincerà, ma anche di chi la perderà e saprà riconoscere di averla persa. Come fece, ad esempio, chi compì atti violenti durante la Resistenza, sperando in un mondo nuovo in cui vincitori e vinti si sarebbero ritrovati a convivere in una società migliore.

Lo stesso soggetto può alternare cadute di slealtà e perfidia a slanci di nobiltà e coraggio. Tanto che diventa difficilissimo valutarlo in modo dantesco in una sola direzione, con un solo aggettivo, essendo, la vicenda umana, ricca di sfaccettature infinite.

Seconda lezione: nelle dinamiche del mondo vi sono poteri “politici”, con la cravatta e con le mani bianche e pulite. Ma per esistere e prosperare hanno bisogno di chi faccia il lavoro sporco, di chi usi la forza o le armi, di chi sappia, per loro conto, combattere, imbrogliare, minacciare, spaventare, punire.

Prendiamo l’esempio elementare di un gruppo di bambini che vogliono giocare a pallone. Ci sarà il “politico”, il proprietario del pallone, il bambino più ricco, più intraprendente, più carismatico. Ma perché si giochi come vuole lui è opportuno allearsi con il bambino più bullo e prepotente, che dovrà gestire eventuali contestazioni. Il “politico” otterrà di giocare come preferisce, il “bullo” avrà dei vantaggi nel gioco o sarà invitato a merenda o altre dinamiche simili. E’ un equilibrio precario, perché il bambino bullo potrebbe, ad un certo punto, rifiutarsi di eseguire i voleri del bambino politico, non ritenendo più soddisfacente la contropartita. E il bambino politico potrebbe pensare di non avere più bisogno del bambino bullo o di potersi rivolgere ad un altro bullo, magari più forte o più fedele o più controllabile. Ognuno rimarrà convinto di poter controllare a proprio vantaggio la controparte.

Nella storia del mondo la dinamica è simile. Ogniqualvolta emerga un gruppo di uomini “sporco”, disposto a battersi, a sparare, a combattere, a morire per un ideale (religioso, politico, nazionalista, persino sportivo o anche legato al semplice desiderio di arricchimento), emerge un contropotere “pulito” che si interessa a tale gruppo per tentare di investirlo di compiti di polizia militare a difesa dei propri poteri. Entrambe le parti dicono “mi alleo con questi per trarne più vantaggi possibile, al momento opportuno, poi, me ne libererò e farò come voglio io

 

Le Brigate Rosse vengono fondate nei primi anni settanta da idealisti comunisti che ritenevano che la lotta partigiana (conclusasi meno di 30 anni prima) fosse stata tradita. E che anziché portare ad una società più giusta avesse prodotto una democrazia malata, sottoposta al potere del capitalismo industriale, all’alleanza politico-militare con gli Stati Uniti, all’influenza della religione e del Vaticano (dal 1948 il potere è in mano ad un partito che si chiama Democrazia Cristiana).

I brigatisti compiono i primi atti violenti da movimentismo di piccolo cabotaggio: rapine, ferimenti, sequestri, danneggiamenti, azioni dimostrative. E sognano di colpire il cuore dello Stato: il governo, la Nato, la Democrazia Cristiana. Sono già conosciuti, schedati, controllati, infiltrati dalle cosiddette forze dell’ordine, interessate, nelle loro componenti deviate, a colpire gli stessi obiettivi, seppure per fini totalmente diversi.

Uno di loro, Mario Moretti, è un personaggio ambiguo. E’ un brigatista, si proclama comunista, ma ha frequentazioni con ambienti “puliti”, con membri delle istituzioni, con militari, con i servizi segreti, che lo seguono e lo assecondano, convinti che prima o poi possa tornargli utile, secondo la tecnica di sempre che infiltra gli ambienti criminali per ricavarne qualche servizio diretto o indiretto. Questi ambienti hanno in odio (per motivi che esporrò più tardi) la politica di Aldo Moro. E propongono a Moretti un patto sostanziale: noi vi aiutiamo con le armi e le coperture a patto che il cuore dello stato che volete colpire lo individuiate in Aldo Moro, abbandonando gli altri obiettivi che avevate in mente (Andreotti e Fanfani). In precedenza l’eliminazione fisica era stata decretata, presumibilmente dagli stessi centri decisionali, per Enrico Mattei ed eseguita con modalità più subdole e chirurgiche.

Moretti espone il piano alle BR. Ma ci sono le resistenze dei brigatisti che non si fidano di Moretti, soprattutto i capi storici Curcio, Franceschini e Cagol. A quel punto le forze dell’ordine fanno cadere la protezione che circondava costoro e arrestano (probabilmente su soffiata di Moretti) Curcio e Franceschini, mentre Mara Cagol viene uccisa in uno scontro a fuoco. Moretti diventa il capo delle BR e l’operazione Moro può cominciare. Viene chiamata “Fritz”, per la “frezza” di capelli bianchi che spiccava sulla fronte del presidente della DC. Un’operazione che già stata ipotizzata nel 1974, quando Moro salì a Roma su un treno diretto a raggiungere la famiglia sulle Dolomiti che, fra Bologna e Firenze, venne fatto saltare, provocando numerosi morti. Moro venne fatto scendere e trattenuto a Roma per improvvisi impegni di lavoro. Un chiaro avvertimento che non scoraggiò Moro dalla prosecuzione della propria attività.

I brigatisti però non sanno sparare. Dicono di aver fatto qualche addestramento in Palestina o in Cecoslovacchia, ma sono sostanzialmente studenti esaltati, operai, intellettuali. Dei pivelli dal punto di vista militare. Per fare il macello che si compie in Via Fani il 16 marzo 1978 occorrono specialisti delle armi e della guerra, gente permanentemente addestrata a uccidere senza alcuno scrupolo, con applicazione e impegno professionale.

Quella mattina quattro brigatisti “veri” si schierano in Via Fani con divise dell’aviazione, quasi ostentando la loro presenza. Molte persone li vedono e suppongono che stiano aspettando un mezzo che li passi a prendere.

Secondo la versione dei terroristi (il cosiddetto memoriale Morucci-Faranda), all’arrivo dell’auto di Moro, seguita da quella della scorta, sarebbero questi quattro brigatisti ad aprire un fuoco selvaggio e ad uccidere i cinque agenti della scorta, portando via Moro, miracolosamente illeso.

La versione non è credibile. Nessuno dei brigatisti aveva mai compiuto (né mai più compirà in futuro) azioni di guerra di quel livello. Solo militari di corpi speciali, addestrati al massimo livello, possono usare le armi con quella spietata precisione e quella velocità. Terminata la mattanza il compito dei corpi speciali (sicuramente stranieri, ma con appoggi nelle forze dell’ordine italiane) si esaurisce e i brigatisti in divisa prendono in consegna l’ostaggio.

A questo punto, secondo gli accordi presi con Moretti, Moro è in mano alle Brigate Rosse “vere”, ai guerriglieri comunisti che, nel loro idealismo fanatico, lo processano e cercano di estorcergli segreti politici, economici e militari. Ma sono dei pivelli. Non ci capiscono niente essendo evidente la differenza di preparazione dialettica e culturale fra il Michelangelo della politica italiana e gli studentelli esaltati che gli stanno di fronte.

Nasce una trattativa. Moro sa che in tutti i casi di sequestro avvenuti prima del suo (e peraltro anche in tutti quelli successivi) lo Stato italiano aveva sempre trattato, ceduto, pagato i criminali che detenevano ostaggi. In Italia e all’estero. Ma capisce subito che tira un’aria diversa. Prevale la “fermezza”. Il Partito Comunista (guidato da Berlinguer, ma che affida a Ugo Pecchioli gli incarichi operativi nella vicenda), da pochissime settimane è entrato per la prima volta nella maggioranza di governo, secondo un progetto voluto da Moro, ed è durissimo nel prendere le distanze. Come a dire “i veri comunisti siamo noi, mentre quelli sono feroci criminali con i quali lo Stato non può trattare”. Anche la DC è compatta nel NO alla trattativa. Un po’ per motivi ideali (“non trattiamo con chi ha le mani sporche di sangue” dice subito il presidente del Consiglio Andreotti a nome di un governo che, però, non aveva ancora riunito e consultato), ma anche perché un Moro fuori dai giochi è prospettiva che intriga molti dei suoi presunti “amici” nazionali e, soprattutto, internazionali.

Moro, durante la prigionia, scrive oltre cento lettere, alcune delle quali non recapitate, alcune altre andate probabilmente distrutte o nascoste. Minaccia di rivelare ai terroristi segreti di Stato e parti torbide nelle carriere di politici e ministri. Ma la “linea della fermezza” non si incrina.

Le indagini sono coordinate dal ministro degli Interni Cossiga, amico personale di Moro, che si fa affiancare (lo rivelerà solo dopo) da uno specialista di antiterrorismo statunitense, direttamente collegato al segretario di stato USA Henry Kissinger, nemico della politica interna di Moro, caratterizzata dall’apertura al Partito Comunista (dopo aver propiziato l’alleanza col Partito Socialista nel decennio precedente), e di quella estera, caratterizzata dalla ricerca di buoni rapporti con il mondo arabo e di autonomia dell’Italia e dei singoli stati all’interno dell’alleanza occidentale. Cosa, quest’ultima, che turba anche l’Unione Sovietica, che teme che l’esempio indipendentista promosso da Moro possa essere di ispirazione anche nei Paesi dell’est sottoposti, dalla fine della guerra, al controllo e dominio sovietico. Tanto che poco tempo prima del rapimento Moro, era stato il blocco socialista a incaricarsi di fare la propria parte, uccidendo Berlinguer, scampato miracolosamente ad un attentato in Bulgaria di cui, per paludata abitudine del tempo, si preferì non dare notizia, se non allo stesso Moro, all’epoca ministro degli esteri, che lo fece recuperare in Bulgaria con un aereo di stato, evitando così il ricovero in ospedale che avrebbe sancito il sicuro “completamento” del piano.

La commissione bicamerale di inchiesta, istituita nel 2017, arriva a stabilire che moltissime persone a vari livelli erano a conoscenza della prigionia di Moro. Una proposta di intervento per la liberazione, guidato dal generale Dalla Chiesa, viene ostacolata dallo stesso Cossiga, di concerto con il presidente del consiglio Andreotti. Un messaggio recapitato da professori universitari (fra i quali il futuro presidente del consiglio Romano Prodi), contenente l’indirizzo dell’appartamento di Roma in cui si rifugiavano i brigatisti e probabilmente una delle prigioni di Moro viene banalmente travisato. Invece di andare in Via Gradoli, celebre luogo d’appoggio delle forze dell’ordine deviate e di incontro di servizi segreti di mezzo mondo, gli agenti vengono mandati nella innocua località di Gradoli, in provincia di Viterbo, dove ovviamente non si trova nulla.

Le trattative più significative con i terroristi vengono condotte dal Partito Socialista, guidato da Craxi, con il vice-segretario Claudio Signorile che riveste ruoli importanti nella vicenda, grazie a conoscenze personali di elementi periferici al mondo eversivo. Il tentativo è finalizzato alla liberazione di alcuni terroristi detenuti, scelti fra soggetti in precarie condizioni di salute e comunque privi di condanne per azioni di sangue.

Un ulteriore tentativo è portato avanti da papa Paolo VI, amico personale di Moro, che raccoglie denaro e garanzie per i terroristi nel dopo-sequestro. In un appello da Piazza San Pietro definisce i rapitori “uomini delle Brigate Rosse”, concedendo un riconoscimento di guerriglieri fino a quel momento negato. Ma l’appello è venato da una espressione chiave: “liberate Moro senza condizioni”, che sembra la sepoltura di ogni ipotesi di trattativa.

Negli ultimissimi giorni del sequestro anche la DC, segnatamente con il presidente del senato Fanfani e il presidente della repubblica Leone, sembra risoluta ad una concessione alla trattativa.

Ma il tempo stringe. I brigatisti sanno di essere stati localizzati e di poter essere arrestati o uccisi in qualsiasi momento. La politica italiana si interroga su cosa potrebbe costituire Moro vivo, con il suo carico di rancori e di possibili vendette su chi lo ha ripetutamente tradito e avviato al martirio. Il Vaticano sta per vedere scoperto il proprio traffico con i brigatisti. Il Paese è paralizzato da 2 mesi. Il parlamento non si è mai riunito. Le città sono militarizzate. La vita pubblica è sospesa.

Il consigliere americano di Cossiga non si fida più di Moretti, che ha perso il controllo diretto dell’ostaggio (custodito da brigatisti “veri” come Morucci, Maccari, Faranda, Braghetti, Seghetti e Gallinari). Moro vivo, ormai, non interessa nessuno e spaventa tutti. Viene sottratto al controllo brigatista (in cambio di blande rassicurazioni di impunità), portato nel centro città ed ucciso da mani appartenenti alla criminalità comune. Il suo corpo viene lasciato nel bagagliaio di una utilitaria rubata, giunta col suo carico di morte nel pieno centro di una città blindata senza che nessuno l’avesse intercettata. Cossiga, con gli artificieri, visita la macchina a metà mattina, informato dai servizi segreti; mentre solo dopo mezzogiorno il brigatista Morucci effettua la telefonata di rivendicazione con le ormai inutili indicazioni per il ritrovamento del corpo.

I brigatisti vengono catturati tutti. La loro stagione e il loro sogno sono finiti. Non sono riusciti ad affascinare quel popolo che sognavano di rappresentare e difendere e che li considera solo criminali. Qualcuno probabilmente si consegna, preferendo il carcere al rischio di vendette incrociate o di finir vittima di strane uccisioni, che colpiscono militari, carabinieri (come Dalla Chiesa), giornalisti (come Tobagi e Pecorelli), magistrati, religiosi, legati in qualche modo al caso Moro e che cadono in gran numero, con i loro segreti messi a tacere per sempre. Una spaventosa scia di sangue.

I brigatisti mantengono la consegna e difendono l’orgoglio della loro verità: siamo combattenti comunisti, abbiamo sparato noi in via Fani, abbiamo detenuto e processato il nostro nemico, abbiamo rapito Moro per praticità di intervento, ma avremmo potuto scegliere Fanfani o Andreotti.

E lo abbiamo ucciso noi. Su quest’ultimo aspetto i dubbi sono ancora più numerosi. Chi, precisamente, l’ha ucciso? Dove? Come? I brigatisti forniscono risposte vaghe, contraddittorie, indimostrabili. Il vice-segretario socialista Signorile non ha dubbi: le Brigate Rosse, negli ultimi giorni, non controllavano più il prigioniero. Lo stesso consigliere americano di Cossiga dichiarerà in seguito: “Ho completato il mio lavoro impedendo la liberazione dell’ostaggio che è stato sacrificato per la tutela dell’ordine in Italia e del mantenimento dei suoi impegni internazionali”.

Negli anni successivi il dibattito si polarizza sull’inverosimile versione brigatista, ovvero che le BR fossero le uniche responsabili dell’uccisione di Moro. Che essa fosse frutto di un’azione meramente criminale.

Solo pochi ricercatori, giornalisti, investigatori, intellettuali (fra questi il siciliano Sciascia), hanno ostinatamente inseguito la verità, smontando le versioni di comodo, sbugiardando ricostruzioni illogiche e impossibili, facendo luce laddove altri lavoravano per insabbiare, nascondere, dimenticare.

Nel tempo ho apprezzato il lavoro del senatore pugliese Gero Grassi (allievo di Moro, che era professore universitario) di quello romagnolo Sergio Flamigni, dei giornalisti Paolo Cucchiarelli e Andrea Purgatori, dei registi Tommaso Minniti e Marco Bellocchio e di tanti altri, fra i quali pochissimi politici (può distinguersi la senatrice Anselmi) molto presi dal non rimestare quella torbida vicenda.

Cosa rimane?

I brigatisti, come detto sono stati arrestati tutti, tranne uno, fuggito in Costa Rica, grazie a protezioni di stato, dove ha un ristorante e fa la bella vita. Hanno caricato ogni responsabilità su se stessi, rifiutando l’idea di essere eterodiretti, consapevoli o meno, da poteri superiori. Tale linea ha fruttato loro pene detentive molto lievi. Molti sono ancora vivi (erano giovanissimi all’epoca dei fatti) e liberi da tempo. Quel tipo di lotta armata tramontò subito dopo, finita tutta in galera (o fuori, ma con obbligo di tacere e rigare dritto) e disapprovata da quei ceti operai, studenteschi e intellettuali che si proponeva di affascinare.

La DC entrò in una profonda crisi. Pochi anni dopo la morte di Moro cedette per la prima volta la presidenza del consiglio al laico Spadolini. Il più fedele collaboratore di Moro, il siciliano Piersanti Mattarella, venne a sua volta ucciso. Anni dopo il fratello Sergio diverrà Capo dello Stato. Il segretario Zaccagnini, partigiano ravennate, impotente davanti alle accuse di inettitudine contenute nelle lettere scritte dalla prigionia dall’amico Moro, si ritirerà a vita privata, portando via dal mondo politico il suo patrimonio di mitezza e onestà, se non di coraggio. Con la crisi di Tangentopoli la DC si sciolse. L’aggettivo “cristiano” venne adottato per alcuni anni da un partito minore (CCD) e, in seguito, definitivamente abbandonato da tutti i partiti.

Il Partito Comunista partecipò ancora per un anno alla maggioranza di governo, consentendo l’approvazione di alcune leggi particolarmente illuminate. L’acutizzarsi delle tensioni internazionali fra Usa e Urss indusse poi a dichiarare chiusa l’esperienza. Anche il PCI si sciolse nei primi Anni Novanta. La parola “comunista” sopravvisse in piccole formazioni politiche e come insulto, nelle invettive di Berlusconi contro qualsiasi nemico della sua politica e della sua condotta personale. La base militante dovette essere messa al corrente, un po’ alla volta, del grave abbaglio preso con la fascinazione per il mito sovietico.

Il ministro dell’interno Cossiga si dimise il giorno del ritrovamento del corpo di Moro. In un Paese normale sarebbe stato dimenticato e abbandonato. Invece, in segno di “riconoscenza” (per non averlo salvato… pensate) diventò rapidamente presidente del senato, presidente del consiglio e presidente della repubblica, con voto quasi unanime. Creò un partito quasi personale e – dopo la caduta del muro e dopo la svolta e il cambio di nome del PCI – propiziò l’ingresso di tale forza al governo e votò il primo presidente del consiglio (ex) comunista della storia, Massimo D’Alema, completando, dopo quasi 20 anni, fra molti distinguo, il progetto di ampia alleanza voluto da Moro, che poi si conclamò nella nascita del PD, che raccoglieva le origini dei due partiti di massa del Novecento, quello comunista (nel frattempo non più comunista) e quello cristiano (nel frattempo non più cristiano). Negli ultimi anni diede abbondanti sintomi di intensificato squilibrio mentale. Morì lasciando 4 lettere testamentarie nelle quali, purtroppo, non si rivelava alcuno dei segreti della vicenda del suo amico Moro, che fece nulla per salvare e molto per far eliminare.

Andreotti presiedette il governo di grandi alleanze progettato da Moro, ma poi si reincarnò varie volte, presiedendo governi centristi. Rimarrà alla storia per il cinismo spietato con cui seppe condurre il suo disegno democratico nelle intenzioni, ma privo di scrupoli quando si trattava di difenderlo proteggendo l’eversione fascista o la mafia o anche il sedicente terrorismo rosso, nel momento che si incaricò di eliminare il suo amico-rivale Moro o lo scomodo Pecorelli. Anche lui portò nella tomba, chiusi nella gobba, i tanti segreti che conosceva.

Con abilità degna della sua intelligenza, Craxi seppe trarre dalla vicenda Moro il massimo vantaggio politico, accreditandosi come uomo di accertata natura anticomunista, ma di dialogo (ad esempio nelle amministrazioni locali) e di personalità dritta nella difesa degli interessi nazionali anche nei confronti degli alleati americani. Ne trasse scarso vantaggio per il proprio partito socialista, ma grande vantaggio personale, diventando l’uomo forte della politica italiana degli anni ottanta. Per liberarsi di lui, quando i tempi richiesero altre figure, non si ricorse all’omicidio politico, ma ad una forsennata persecuzione giudiziaria che lo mise fuori gioco, coperto di infamia, esiliato e ramingo.

Un altro eroe della linea della fermezza come Sandro Pertini (“io ero un brigatista rosso! Questi sono criminali e con loro non si tratta”) divenne presidente della repubblica pochi mesi dopo la morte di Moro, che era il candidato praticamente unico a quella carica.

Il professore universitario Romano Prodi – che conosceva il luogo di detenzione di Moro, ma lo comunicò in modo maldestro a chi utilizzò male quell’informazione – divenne presidente del consiglio e in seguito della commissione europea.

Paolo VI, molto malato, portò a termine la cerimonia funebre per l’amico Moro e morì poche settimane dopo. Sicuramente la vicenda non giovò alla sua salute. Venne eletto Giovanni Paolo I, che morì in circostanze misteriose dopo un mese. Venne eletto quindi Giovanni Paolo II che affidò al vescovo americano Marcinkus (implicato nella vicenda Moro, da cui Giovanni Paolo I stava prendendo le distanze) una gestione spregiudicata delle finanze vaticane che servirono anche a sostenere le attività antisistema in Polonia, attacco decisivo all’integrità del blocco dell’est che deflagro meno di 10 anni dopo.

Aldo Moro. Rimane la memoria di un gigante della politica, di un uomo che, a 31 anni, fu il dominus dell’Assemblea costituente, chiamata a scrivere i principi fondanti della nostra Repubblica. A lui si devono la stesura dell’articolo 1, le ampie visioni proiettate sul futuro e un instancabile sostegno alle più nobili battaglie nel campo del riconoscimento dei diritti nel mondo del lavoro, della sanità, dell’istruzione; sua, a questo proposito, l’intuizione di estendere l’obbligo scolastico alla scuola media e di dare agli adulti l’istruzione perduta negli anni dell’oscurantismo fascista e della guerra, grazie alla trasmissione televisiva Non E’ Mai Troppo Tardi, combattendo un analfabetismo ancora diffuso e accorciando così il distacco nel campo dell’istruzione dai Paesi più evoluti

A lui si deve una politica estera di orgoglio nazionale e di realistica ricerca della pace e della cooperazione internazionale. A lui si deve una politica interna inclusiva, basata sull’ascolto. A lui si deve una politica energetica concordata con Enrico Mattei che tentava di affrancarsi dal cappello delle multinazionali a traino americano. A lui, cattolico praticante, si deve il pluralismo in campo religioso e culturale (fu, insieme a Berlinguer, l’unico politico presente ai funerali di Pierpaolo Pasolini, al quale era legato da stima reciproca, a sua volta vittima di un omicidio oscuro e depistato, nonostante l’azione del magistrato Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo). A lui si devono concetti di mitezza e anche una poco conosciuta simpatia, portati in ambienti che ne sono tradizionalmente privi e che rendono ancora più stridente il fatto che sia stato proprio lui, unico fra i politici di alto livello, a subire un martirio così brutale. A lui si deve riconoscere una capacità letteraria espressa nei famosi discorsi fluviali della sua azione di partito e di governo (decisamente difficili da decifrare, senza un’adeguata preparazione politico-culturale e una paziente predisposizione all’ascolto) e nel rigore politico e sentimentale espresso nelle lettere scritte dalla prigionia.

Negli anni in cui fu protagonista della vita politica (5 volte presidente del consiglio e ministro dell’Istruzione, della Sanità, degli Esteri) l’Italia crebbe economicamente (il famoso boom), culturalmente (con l’affermazione del nostro cinema, musica, letteratura, pittura e arti figurative), industrialmente (automobili, computer, alimentari, moda, manifattura ai vertici dei mercati mondiali) e soprattutto dei diritti dei lavoratori, delle donne, degli studenti e di ogni categoria debole che prese coscienza e coraggio dei propri mezzi. Il tutto fino alle accelerazioni sognatrici del 1968, che aprirono un’altra epoca.

Quasi ogni città italiana è dotata oggi di un toponimo (via, piazza, ecc) dedicato ad Aldo Moro.

L’università di Bari, dove si era laureato al tempo in cui era intitolata a Benito Mussolini, porta oggi il suo nome.

Ma l’insegnamento di Aldo Moro è difficile da tramandare, in un mondo che ha perso la contrapposizione ideologica fra capitalismo e socialismo, che ha estinto e trasformato i soggetti protagonisti della scena politica come qualsiasi altro riferimento culturale, tecnologico e sociale.

Aldo Moro è la più nobile vittima di un disegno terroristico che colpì scientificamente le menti più dotate fra politici, sindacalisti, industriali, magistrati, giornalisti, risparmiando i veri “peggiori”, i veri nemici nella battaglia che si diceva, a parole, di voler combattere.

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