“Sono viva, ma ho già il mio muséo!”

(per Il Resto del Carlino, 8/9/2025)

 

Nel migliaio di persone che attende “la Divina” Pausini sull’uscio della villetta, fra il paese e la campagna, ci sono le delegazioni di mezzo mondo e di ogni regione d’Italia e la gente di Solarolo, che viene a rendere omaggio alla compagna di classe, alla vicina di casa, alla bambina del coro della chiesa, alla brava ragazza che, nel 1993, sbancò Sanremo, proiettandosi fra le stelle del pop, con una popolarità ancora intatta, fatta anche di un pubblico che, ai tempi de “La Solitudine”, non era ancora nato.

Vigili urbani e carabinieri controllano con facilità e sorrisi un afflusso massiccio, ma ordinato e festoso.

Mezzoretta di ritardo, che si può concedere alle star, e al 51enne Laura si presenta sul piccolo palco, appena fuori dal cancello. Forma fisica invidiabile, blusa color argento, tailleur pantalone nero, forse un po’ pesante (“a s-ciop!” si lamenterà a fine giornata, visto che il sole è ancora da estate piena), occhiali scuri e un filo discreto di glitter fra i liscissimi capelli corvini. “Non sono ancora morta, ma il muséo c’è già!”, annuncia indicando la vecchia casa-Pausini, sulla cui facciata campeggiano due giganteschi murales che la ritraggono in primo piano.

Il “Museo Pausini” aprirà il prossimo 13 settembre, con ingresso su prenotazione, gratuito per gli iscritti al fan club e a pagamento per tutti gli altri. Cosa conterrà il museo lo spiega Laura stessa, nel lunghissimo monologo con il quale intrattiene i convenuti nella sua Solarolo.

Abbiamo riadattato cucina e soggiorno. Troverete i miei vestiti, i premi che ho vinto, manca solo quello di Castrocaro, perché lì… non vinsi, arrivai ultimissima e pensavo che tutto potesse finire. I regali, le foto dei momenti più importanti, i giornali. Tutta roba conservata da quell’accumulatore seriale di mio padre (co-star della giornata e presidente storico del fan club) e, in parte, andata perduta con l’alluvione di due anni fa (girò sul web la foto di mamma e papà Pausini che spalavano l’acqua), che ha ritardato l’inaugurazione”.

Laura canta solo “La mia storia fra le dita” cover di Gianluca Grignani, accompagnata alla chitarra dal marito Paolo Carta e proponendo una strofa in ognuna delle ormai numerose lingue che conosce. “E pensare – dice – che quando cominciai parlavo solo il dialetto!”. Per il resto scherza, gioca e parla, divertente e divertita. Ricorda Baudo (“un secondo papà”), guarda il cancello di casa da cui usciva per correre alla stazione e prendere il treno per andare a scuola (“sempre in ritardo perché odio la mattina presto”) senza nessuno che la aspettasse mentre, già da dopo qual magico Sanremo, la via Santi numero 14 è stata oggetto di frequenti pellegrinaggi.

Arriva persino a baciare e benedire un bambino smarrito, prima di riconsegnarlo alla famiglia.

Nel finale chiama sul palco sindaca (compagna di gioventù) e parroco (con il quale duetta sulle note di “Servo dell’Amore”, inno di una chiesa importante per la sua formazione umana e canora), nonché papà Fabrizio, mamma Gianna, la sorella Silvia e la figlia Paola, ormai 12enne, venuta a patti con la popolarità della madre che, spesso, da piccola, l’aveva fatta soffrire. Proprio di Paola l’allestimento della stanza del museo dedicata al docufilmPiacere di Conoscerti”, nel quale le vicende reali della star Pausini vengono messe a parallelo con quelle immaginate di una Laura che non ce l’avesse fatta a sfondare nella musica, facendo vita di paese, con un laboratorio di ceramica e la passione per il canto ridotta al karaoke con le amiche.

Un duetto con il pubblico sulla note dell’adorata Carrà, due o tre gustosi aneddoti: “Marco mi lasciò perché non lo baciavo con la lingua”, “quando seppi di dover andare a Sanremo andai dal fisioterapista per farmi ridurre il sederone e farlo assomigliare a quello della Oxa”, “feci mille provini per le case discografiche, ma solo l’ultima, la Warner, accettò di farmi cantare”.

Taglio del nastro a due mani con babbo Fabrizio e saluti finali in tutte le lingue, alla moda del papa.

Marco Ortolani

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