I cavalieri del delirio mascherato

La parziale riduzione dell’obbligo di portare uno schifoso straccio sulla bocca ha permesso di far emergere alcuni dei veri motivi che hanno portato l’inebetito popolo italiano ad accettare per un anno e mezzo (e chissà per quanto ancora) questo oltraggio violento e disgustoso alla propria persona.

Lungi da costituire un elemento di qualsiasi valore sanitario (infiniti dati e controprove nazionali e internazionali, nonché una serena valutazione di un medico a qualsiasi livello dimostrano il valore nullo di questa superstizione) la mutanda facciale ha assolto e assolve ben altre funzioni. Funzioni che sono talmente apprezzate da larghe masse popolari da indurre molti ad un persistente utilizzo, anche se non obbligatorio e ad auspicare, quando sarà cessata l’estate più soffocante, il sollecito ripristino dell’obbligo a tempo indeterminato e prescindente dalla condizione sanitaria del Paese.

Fra le funzioni principali dello straccio infame vi è quella di bandiera riconoscibile di sociopatia ed ipocondria.

Indossando il bavaglio (correttamente sulla bocca e anche sul naso, per esasperare il senso del difficile e dell’inutile) il sociopatico emette con forza un messaggio ben preciso: “chiunque può avvicinarsi e toccarmi solo se lo autorizzo esplicitamente; tutti gli altri sono passibili di mia disapprovazione sociale e, se mi gira male, di denuncia legale”. Viene pertanto rimosso il nobile rito della stretta di mano, sostituito da surrogati patetici e indecenti. Per i sociopatici è una festa. Non solo si liberano dalla vicinanza molesta del resto dell’Umanità (che detestano) al supermercato, in ufficio, in treno, nelle sale d’attesa, fra gli ombrelloni, ecc ma promuovono il distanziamento asociale da ineleganza maleducata e snob a comportamento salvifico, nobile e virtuoso. Una pacchia.

Gli ipocondriaci sono moltissimi. Parlerebbero sempre delle proprie malattie e di quelle degli altri. Fino al 2019 venivano definiti noiosi e rompicoglioni; adesso, sventolando il simbolo facciale del leviatano sanitario, il loro tema preferito è autorevolmente promosso dalla quasi totalità degli esseri umani a primo e qualificato motivo di conversazione. Una super pacchia.

A queste due categorie si aggiungono gli ultras di un malinteso civismo. Sono soprattutto di indole democratica, di cultura media o alta, di elevata statura morale; di compulsiva (e, secondo me, tossica) attenzione all’informazione, soprattutto quella quotidiana “breaking news”, notoriamente la meno controllabile e interpretabile, nonché la più emozionale e fuorviante. Io li definisco “carne da telegiornale”. Costoro agitano la bandiera naso-bocca per rimarcare il proprio indiscusso predominio culturale e civico su una indistinta e contrapposta massa ignorante e insensibile.

La museruola dell’ultra-dem sottende orgogliosamente i concetti

“io so” (sono ben informato, ad esempio snocciolando il dato aggiornatissimo dei decessi, come se questa conoscenza conferisse superiori patenti di credibilità),

io sono sensibile” (marco una superiore empatia solidale con chi ha sofferto, ad esempio invitando gli scettici ad un velleitario “giro nelle terapie intensive”),

io non dimentico” (non appartengo ad una vulgata disimpegnata incapace di condivisione del dolore e del lutto, rappresentata dalla frase “quindi secondo te dobbiamo far finta che non sia successo niente?”),

io conosco il mio limite” (esibisco la mia devozione alla legalità e la mia propensione a cedere quote di benessere personale in nome di un (in questo caso presunto) benessere collettivo, accettando, come ostentato esercizio civico, le più dure imposizioni, anche e soprattutto quando mi sembrano palesemente incongrue, ad esempio con le frasi “ci sono delle leggi! Vanno rispettate!” oppure “la mascherina è un segno di rispetto!”),

io partecipo” (vivo la condizione – angosciante ma allo stesso tempo esaltante – di un’emergenza mondiale nella quale mi distinguo per essere soldato del bene; la contingenza emergenziale non mi consente di trattare il dissenso con lo spirito critico e la propensione al confronto che solitamente mi contraddistingue, e che riduco ad un derby calcistico da osteria con abbondanza di dogmi indimostrati spacciati per “scienza”).

Va rilevato anche l’uso dello straccio come componente esoterica per ingraziarsi un’Entità temibile, misteriosa e capricciosa. Esattamente come si porta un crocefisso o come si mette l’immagine di Padre Pio sul cruscotto. Come a dire: “il Male non si accanirà contro me che porto devoto il suo simbolo anche in macchina o in moto o quando porto fuori il cane di notte”). Però purtroppo funziona solo se ci si crede.

Infine, fra le principali categorie dei cavalieri mascherati, ci sono i… come dire… gli scarsi. Quelli che dalla paralisi o semi-paralisi dei mondi artistici, musicali, sportivi, modaioli, letterari hanno molto da guadagnare, perché tanto non li frequentavano neanche prima e lo stato di emergenza mascherata permette loro di recuperare buona parte dello svantaggio sociale che li distanziava da chi manifestava talento e impegno. Quando ci mettiamo la mascherina, rispettiamo lo spazietto, facciamo la fila per lavarci le manine e “stiamo accasa” siamo tutti uguali. Per qualcuno è un bingo.

Come tutti i presidi sanitari anche lo straccio facciale va commisurato nell’ottica costi-benefici. Ad esempio non è messo minimamente in dubbio il potere protettivo del siero antivipera, del casco da moto o da sci, del giubbotto antiproiettile, del parastinchi, della cintura di sicurezza, del preservativo e, ovviamente, della mascherina, nei luoghi sanitari in cui abitualmente e giustamente viene utilizzata da secoli. Ma nessuno si azzarderebbe a raccomandare questi presidi a chi passeggia in una strada di un centro città. E questo anche se “autorevoli studi”, “evidenze statistiche” e i report dell’immancabile università del Massacciuccets evidenziassero una minore mortalità complessiva di coloro che non si separassero mai da tali presidi (non si può escludere che se tutti girassero a piedi per Roma con un casco in testa si potrebbero evitare degli incidenti, ma questo non ha mai indotto nessuno a comportarsi così).

Costi e benefici, quindi. I benefici, a mio avviso, sono nulli. 16 mesi di delirio non hanno mai offerto una sola prova tangibile. I fans del mascheramento si sono ammalati nella stessa misura degli altri. Le autorità hanno sempre negato il semplice e decisivo esperimento di monitorare due comunità simili (una comunità A smascherata e una comunità B mascherata) per misurare la differenza di impatto, con metodo scientifico simile a quello giustamente utilizzato per misurare l’efficacia e la pericolosità dei vaccini (gruppo A con vaccino e gruppo B con placebo, poi si confrontano i risultati). Ovviamente io so bene (e tutti noi sappiamo bene) perché questo esperimento con/senza maschere non si è mai fatto… sarebbe caduta l’impalcatura di menzogne dei cavalieri mascherati. Ma quando l’esperimento è stato “spontaneo” (ad esempio legato ad eventi calcistici popolari) il risultato nullo è stato evidentissimo e solo un negazionismo gretto e militante ha potuto non tenerne conto (e taccio delle infinite evidenze dei paesi stranieri no-mask, tutte convergenti sul ruolo nullo o addirittura negativo dello straccio). I famosi “vedrete fra 15 giorni” sono una delle pagine più patetiche di questa vicenda di cui nessuno sembra capace di scusarsi o vergognarsi.

Ma i costi!!!! I Costi!!! Bypassiamo i costi economici e ambientali, su cui pure si potrebbe discutere. Ma quando “costa” la perdita di capacità espressiva delle persone sul lavoro?  Quanto costa a un bambino la perdita della vista del sorriso della mamma, della nonna, del compagno di classe, della maestra? Quanto costa alla salute la ripetuta e prolungata ri-aspirazione del microambiente pieno di batteri, funghi (e virus) che si crea ogni giorno da mesi, davanti alla nostra bocca (“e anche al naso, se no non conta”)?

E – posto per assurdo che tenere uno straccio davanti alla bocca servisse a “qualcosa” – quanto “costa” alla civiltà il pulcioso anteporre la meschina sopravvivenza della propria meschina esistenza, in condizioni così squallide e vigliacche? Che ne è degli ammiratori di Madre Teresa nei lebbrosari? Lei lo calcolava l’ RT? Che ne è del culto del partigiano “morto per la libertà” (mentre sicuramente l’università del Massacciuccets avrebbe presentato statistiche di aspettativa di vita nettamente migliori se avesse collaborato con i nazisti)? Che ne è dei fans della vascorossiana “vita spericolata”? Che ne è del culto di esploratori, astronauti, vigili del fuoco, militari, carabinieri, magistrati antimafia, piloti di formula uno, playboy e altri che, per lavoro o per vocazione, hanno messo in gioco le vite proprie e quelle di chi stava loro vicino?

E, infine, che ne è di quel canto ipocrita che scandite con la mano sul cuore davanti ai giocatori della nazionale sull’attenti?

Siam pronti alla morte??? Ecco, quando arriva quel punto dell’inno un po’ di mascherina sotto la quale vergognarvi dovreste metterla.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *