XXV Raduno Clab – Sembra il primo giorno

Venticinquesimo raduno Clab. Per me il ventunesimo. La prima volta avevo meno di trent’anni. Oggi ne ho duecento. Eppure questo appuntamento annuale ha il potere di fermare il tempo, di essere avvicinato con lo stesso spirito di quella prima volta, di quelle prime volte, quando internet muoveva i primi passi, quando i social non c’erano, quando ci si incontrava con incredulità, scoprendo che qualcun altro, molti altri, avevano ricevuto la somministrazione di un incantesimo musicale e artistico che non li avrebbe abbandonati più e che ci fa ritrovare oggi ancora qui, più o meno gli stessi, diventati talvolta, come me, un po’ troppo grandi insieme a quegli occhi scuri.
Al giorno d’oggi c’è meno mistero. I social hanno tolto l’affascinante velo che, trent’anni fa, circondava ognuno di noi. Adesso l’avvicinamento al Clauditorium è scandito da pubblicazioni, foto, video, bip bip continui dal telefonino che ci consumano e ci fanno il cuore stanco, al pensiero che teniamo duro, che abbiamo ancora ferie, soldi, fatica, giri, salti e balli da offrire in sacrificio per non mancare all’appuntamento con questa macchina umana che ferma il tempo.
L’afflusso è superiore al solito. L’annuncio del ritiro, forse, ha fatto rumore. Il serpentone occupa tutta Via De Coubertin, l’ideatore dei Giochi Olimpici moderni, che sembra guardarci dall’alto dei suoi baffoni e dire: “bravi ragazzi e ragazze: l’importante è partecipare”.
E siamo di nuovo dentro. Vorrei sedermi vicino a centinaia di persone che conosco, tenerle con me in questa preziosa occasione, tanto rituale quanto ogni volta unica. Le primafiliste hanno occupato la platea. Hanno fatto la notte in strada per vincere la medaglia d’oro della vicinanza alla fonte di cotante emozioni. Io mi accomodo in piccionaia: l’acustica è perfetta, le poltroncine comode, la compagnia ottimale. Sticazzi le prime file, come si dice in francese.
E si parte. “Noi No”. Noi chi? E No a che cosa? Ognuno matura dentro di sé le risposte, mentre il “no” di ognuno, fatto col ditino durante il ritornello, si fonde a quello di tutti gli altri.
La forma fisica e vocale è spaziale e ci porterà a spasso per 5 ore di meraviglia. Stavolta non c’è un’idea originale o una grande sceneggiatura dietro questo XXV Raduno. “Vi canto quelle che mi piacciono di più”. Qualche scelta inaspettata, qualche altra più classica. Un menù musicale per tutti i gusti, intervallato da qualche aneddoto, qualche pistolotto moralisteggiante, qualche battuta (“mi faccio la barba poche volte, mi rado di rado”).
Un po’ di decadentismo, con i temi della vecchiaia e della morte che si insinuano spesso in mezzo a risate e commozione; frequentissimi ricordi dei genitori; due clamorosi duetti con l’unico ospite della serata, il figlio Giovanni, congedato con un ironico e affettuoso “un saluto a te e famiglia”, chiaro riferimento all’evento che qualche mese fa lo ha reso nonno.
Ripropone anche “Reginella” che, in un passaggio, dice “ti dissi proprio un’idiozia quando ti urlai che era durata pure troppo”. Una frase che, a otto mesi dal preannunciato ritiro dalle scene, può essere letta fra le righe.
L’applausometro mi sembra vinto da Patapan. Incredibile questo “atto privato in luogo pubblico”, questa operazione a cuore aperto, questo sangue gocciolante contro cui l’impassibile è impossibile.
Le medaglie sentimentali degli Anni Settanta sono inserite in un veloce medley, introdotto come citazione al film Nuovo Cinema Paradiso, nel quale il protagonista montava, uno dopo l’altro, gli spezzoni dei film con i baci che il parroco bacchettone aveva fatto tagliare prima di proiettarli nel suo cinema.
Una concessione, abbastanza inusuale, alla vanità. “In questo periodo mi sento una schiappa – dice di sé – ma mi consolo pensando di essere stato bravo in passato e – alcune volte, ma poche – di essere stato addirittura il più bravo…”.
E via! Gente che parla con tutti gli accenti d’Italia si accarezza con gli arrivederci, nell’orgoglio di essere stata testimone di un ennesimo prodigio. E’ il venticinquesimo, ma sembra un po’ il primo giorno, ti ricordi tu?

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